Successo per il grillo, vitigno principe “identitario” della produzione vitivinicola siciliana che dai 2000 ettari di vent’anni fa agli 8000 di oggi, si è passati anche dai 12 ai 23 milioni di bottiglie.

Se la viticoltura siciliana si rimise in piedi dopo la fillossera – la malattia che distrusse i vigneti alla fine dell’Ottocento – è grazie al Grillo, questa varietà resistente, versatile e adattabile come poche che sta facendo passi da gigante conquistando il cuore e il palato dei consumatori. Lo testimoniano gli ettari coltivati oggi in Sicilia, ben 8000 rispetto ai 2000 di poco più di vent’anni fa, un’espansione quadruplicata che la dice lunga sul favore incontrato da questo vino sui mercati italiani ed esteri. 

Una conferma arriva anche dall’Osservatorio sulla competitività delle regioni italiane del vino realizzata da Wine Monitor Nomisma per conto di Unicredit che ha rilevato il dato di crescita nei consumi di vini bianchi siciliani all’estero, condividendo insieme al Prosecco un trend d’incremento. L’analisi realizzata da Denis Pantini, responsabile Nomisma Wine Monitor, attribuisce la promettente performance al grado di competitività qualitativa dei vini bianchi siciliani, a partire dal Grillo ma che abbraccia anche altre varietà bianche autoctone come il Catarratto e il Carricante. A comporre lo scenario positivo per i vini bianchi siciliani anche il contributo dei bio e naturali che, seppur di nicchia, concorrono ad incrementare i volumi sul mercato.

Se n’è parlato stamattina al Vinitaly di Verona nel corso di un focus dal titolo “Grillo Doc Siciliaun caso di successo”, cui ha partecipato in primis il presidente del Consorzio Doc SiciliaAntonio Rallo.  “Negli anni 2022-2023 abbiamo registrato una crescita da 153 mila a 177 mila ettolitriSe pensiamo – ha osservato – che sette anni fa le bottiglie prodotte erano 12 milioni e oggi sono più di 23 milioni, cioè con un incremento del 15% è un ottimo risultatoAbbiamo fatto tanta strada e tanta ancora ne possiamo fare”.

Nel 2023 la Sicilia ha prodotto mediamente il 40% in meno di uve – ha proseguito Antonio Rallo – un trend in linea con la Doc Sicilia (-32%) e con i risultati della vendemmia. Anche il Grillo ha segnato un -25% “ma i 226 mila ettolitri prodotti ci permetteranno di replicare il risultato dello scorso anno”. 

La storia del Grillo è sorprendente se si pensa che prima del 1910 non ce n’era traccia sui libri di enologia. Era solo un vitigno che rientrava nell’assemblaggio del Marsala. Solo fra il 1910 e il 1940 – con lo zampino degli inglesi – il Grillo divenne il vitigno principe dell’areale del trapanese spodestando Catarratto, Insolia, Damaskino, Catanese bianca, fino a quel momento le uve canoniche per la produzione del Marsala e ad inventarlo fu il barone Antonio Mendola (Favara 1828-1908), ampelografo, uno studioso con mille interessi fra cui la genetica botanica sulla quale intratteneva corrispondenza con un certo Darwin. Il barone Mendola ideò l’incrocio fra il grintoso Catarratto e l’elegante Zibibbo, per ottenere un ibrido con le migliori virtù di entrambi: il Grillo. È il vino più “caleidoscopio” che esista in Sicilia – per utilizzare le parole del Master of Wine Pietro Russo – declinato in più di 70 variazioni (dallo spumante al passito, con vigne che si trovano dal livello del mare fino 600 metri d’altezza).

Sempre Russo ha rivelato di essere “particolarmente legato a questo vitigno” e ne ha descritto con passione e competenza – bicchiere alla mano – le infinite sfaccettature “non solo territoriali ma anche di metodo, di stile, di storia” sottolineandone la resilienza ai cambiamenti climatici e la capacità di adattamento alle condizioni di stress termico mantenendo un alto tasso di acidità, caratteristica fondamentale per i vini bianchi.

Ma quanto è cresciuto sul mercato il Grillo? La risposta è arrivata dall’analisi di Rossella della Nielsen società leader nelle ricerche di mercato secondo cui l’andamento del Grillo nelle vendite è stato “eccezionale”. Un verosalto del grillo – lo ha definito – perché crescere nel contesto di crisi e di inflazione nel quale ci troviamo sfiorando un +20% è un risultato eccezionaleStiamo ancora riassorbendo la “bolla” della pandemia e, dal 2020 ad oggi, i volumi di vendita solo calati con i consumatori che cercano di difendersi come possono dagli aumenti dei prezzi, ma in questa situazione fa eccezione il vino doc bianco (+1,1%) e all’interno di questo dato il Grillo ha contribuito in larga parte con un volume percentuale del 5,5%I fattori di crescita sono la domanda crescente del prodotto e la forte territorialità distintiva che collega indissolubilmente il Grillo alla Sicilia”.

Sui mercati USA e UK il Grillo incuriosisce buyer, importatori, giornalisti, influencer. “Mostriamo questo vitigno come bandiera – ha raccontato Filippo Bartolotta -. Gli asset sui quali si basa il suo successo sono diversiÈ un vitigno tardivo, rappresenta una vera cartina di tornasole della Sicilia con tutte le espressioni nei diversi areali di produzione, ha un nome che vuol in inglese vuol dire ‘portafortuna’si pronuncia facilmente e se ne ricavano vini immediati modello pinot grigio che piace tanto all’esteroVini reattivi, tesi, che sembrano semplicima che semplici non sonoIl Grillo è un ‘finto semplice’ di altissima complessitàOra bisogna investire in termini di branding e lavorare in termini di posizionamento sui mercati”. 

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