Vino dealcolato secondo Federvini e Uiv diventa un’opportunità da non perdere per arrivare a coprire un’altra fascia di consumatori e soprattutto aree di mondo dove gli alcolici sono vietati per motivi religiosi.

Notizia degli ultimi mesi è la prospettiva di vendita del vino dealcolato, ovvero di un vino senz’alcol o con un minore contenuto alcolico vista per molti come un’eresia ma per molte aziende vitivinicole italiane una grande opportunità di crescita verso altri mercati esteri e fasce di popolazione fino a questo momento totalmente escluse.

I vini dealcolati o dealcolizzati sono previsti in Europa dal regolamento 2117/2021 mentre si sta discutendo delle pratiche enologiche da autorizzare per produrli e delle regole sull’etichettatura. Più complesso, invece, il quadro normativo nazionale. La legge quadro del settore, il “Testo unico del vino” (Legge 238/2016) non contempla il vino senz’alcol e occorre individuare soluzioni normative per consentire alle cantine italiane la dealcolazione. Possibilità già prevista da altri Paesi Ue produttori.

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Nel mondo il 50% della popolazione non consuma bevande alcoliche per motivi religiosi o perché non le contempla nel proprio regime alimentare. Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio dell’Unione italiana vini su dati della World Bank il consumo di alcol pro capite ha subito nell’ultimo decennio un decremento medio annuo del 3,2% in Italia, dell’1,8% nel Regno Unito, dell’1,4% in Francia e Paesi Bassi dell’1% in Germania. «Negli Usa – aggiungono all’Unione italiana vini – il consumo di prodotti Better for you (ovvero con meno alcol, meno calorie, meno zuccheri, vegan) è quintuplicato con un balzo nel fatturato complessivo da 22 a 113 miliardi di dollari. Nell’ultimo biennio i vini con gradazione inferiore ai 10 gradi sono cresciuti del 25%, mentre quelli del tutto privi sono aumentati del 65%. Secondo le previsioni dell’Iwsr in dieci mercati chiave i vini no/low alcohol cresceranno in media dell’8% l’anno con un raddoppio dei volumi entro il 2025.

Micaela Pallini, Presidente Federvini

«La recente riforma Pacha detto la presidente di Federvini, Micaela Pallini – ha già introdotto questa categoria di prodotti. Il punto oggi è entrare nel merito delle caratteristiche enologiche e dei limiti da porre per consentirne la produzione e la commercializzazione. Noi siamo contrari solo all’ipotesi di aggiunta di acqua esogena al procedimento di produzione del vino, ma per il resto bisogna andare avanti. Siamo convinti che sarebbe sbagliato impedire alle aziende italiane, nell’ambito della dura competizione internazionale, di avvalersi di prodotti che potrebbero avere una positiva accoglienza in determinati contesti geografici, sociali e culturali, soprattutto a livello extraeuropeo».

Fonte: il sole 24 ore

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